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lunedì 26 settembre 2011

CRISI D'IDENTITA'?

Sono tornati. La band che ha dato gli albori all'hardcore melodico valligiano presenta il terzo tassello della propria discografia, dopo il disco d'esordio “In Fede” e il secondo full-lenght “The life I like”. Una lunga gestazione, mesi in studio di registrazione, totale essenza di concerti e svariate proroghe sull'uscita del disco avevano fatto crescere l'attesa per il nuovo lavoro degli Inedya. “Crisi d'identità” è il titolo del disco, ma anche il manifesto del radicale cambiamento della band, tra cambi di formazione ed evoluzioni stilistiche. Parola degli stessi musicisti nonesi che mettono nero su bianco la genesi del disco: “Tutti i testi e la musica sono stati scritti dagli Inedya negli ultimi quattro anni dopo un inaspettato cambio di line-up che ha visto subentrare al basso Pol al posto di Pingui. Ciò ha aperto al gruppo nuovi scenari ma ha anche creato una crisi d'identità al suo interno. Questo è il risultato”. L'ingresso di Pol ha, di fatto, portato nuove idee soprattutto in fase compositiva e nella stesura dei testi. Il cantante dei Congegno scrive infatti quattro brani su dodici e porta un sostanziale contributo alle musiche e agli arrangiamenti. Alla voce/chitarra e alla batteria ci sono ovviamente i gemelli Ronny e Omar, due tra i musicisti (e personaggi) più influenti della scena underground trentina, fondatori della band nel lontano '96. All'altra chitarra ritroviamo il virtuoso Mark, che stavolta ci regala anche un brano scritto e cantato da lui (“Dato alla società”). L'album si apre con l'intro strumentale “John isn't well anymore”, 45 secondi che introducono “Knowin'me”, canzone già eseguita nelle ultime esibizioni prima della lunga sosta. Lo “stile Inedya” è inconfondibile e già da questa prima song risalta l'ottima produzione del disco e leccellente qualità della registrazione. La seguente “Convivenza” è un curioso e un po' ironico brano scritto da Ronny. La musica è graffiante, la canzone vola via sulla batteria martellante di Omar e le ritmiche ben sostenute dal gruppo. “Inutile tentare” e “Oops” sono i primi due pezzi dell'album scritti dalla new entry Pol. Da questi lavori risulta chiaro come l'ingresso del giovane bassista possa rappresentare l'autentico valore aggiunto della band. Anche se alcune peculiarità proprie degli Inadya sono rimaste le stesse (merito anche di Ronny, Mark e Omar che hanno saputo creare un sound assolutamente riconoscibile e originale), è indubbio che in 15 anni molte cose siano cambiate. Basta confrontare questo lavoro con il disco d'esordio per rendersi conto dell'evoluzione stilistica (anche caratteriale?) del gruppo. “Wash your head!” e “Il meglio di me” sono scritte da Ronny che dimostra di aver ritrovato l'ispirazione e ci regala due gioiellini, alternando testi in inglese e in italiano con la consueta dimestichezza. Il brano scritto da Mark è una gradita sorpresa (qualcuno ricorda un gruppo chiamato “Prea”?) pervasa da un sentimento di amarezza e disillusione. “Standard”, scritta da Pol, è invece uno dei momenti migliori dell'album e rende l'idea dell'immenso potenziale che la band potrà mettere in mostra nelle esibizioni live. “Antics”, “Presto o tardi” e “Credeva che la chiesa” (probabilmente l'apice creativo di Pol) tengono alta la qualità di questa parte finale del disco: le ritmiche e le intersezioni melodiche sono davvero ben strutturate, voci e cori di Ronny e Pol si integrano pefettamente. I quattro musicisti nonesi ci salutano con “L'attenzione di un distratto”.  
Gli Inedya tornano prepotentenmente sulla scena con la ferma intenzione di confermarsi maestri del punk noneso. Questo non è un disco che metterà tutti d'accordo. Non subito almeno. Siamo assai lontanti dall'immediatezza del passato. Le canzoni sono più curate e quindi anche l'ascolto deve essere più attento. Sicuramente ci troviamo di fornte ad un momento di transizione. Ma aspettiamo di vederli all'opera nel loro habitat naturale (palchi e festival) per esprimere un giudizio più ponderato.

there is nothing to delay





Una delle realtà musicali più interessanti e innovative del panorama provinciale ci regala un gioiellino che si impreziosisce ad ogni ascolto, tante sono le sfumature da cogliere. “On the origin of species” dei The Squirties è l'album trentino dell'anno (se nessuno storce il naso dopo questa dichiarazione significa che molto probabilmente la band ha fallito l'obiettivo e il sottoscritto ha preso un abbaglio). Continua la ricerca sonora dei 5 valsuganotti che, dopo l'ottimo “Gangbangers from planet X” dimostrano di non aver perso l'ispirazione ma, anzi, di aver trovato nuova linfa creativa. Il disco è diviso in nove tracce ben strutturate e complesse che, anzichè appensantire l'ascolto, lo rendono incredibilmente scorrevole (ovviamente dopo lo smarrimento dei primi 5 ascolti!). Le chitarre di Azza e Carmelo (nomi reali quanto la parrucca di una prostituta) inventano riff a volte acidi a volte maledettamente orecchiabili, ma mai banali, mentre basso e batteria costruiscono una progessione ritmica distante anni luce dalla geometria e dalla regola, ma squisitamente scomposta e imprevedibile. L'eccellente produzione del disco valorizza anche l'ottima prova di Simone Floresta alla voce. Le influenze spaziano dall'indie allo stoner, con qualche strizzata d'occhio ai principali sottogeneri della musica rock alternativa. Tuttavia, parlare di influenze nei confronti dei The Squirties è sin troppo riduttivo, viste le innumerevoli peculiarità del loro particolarissimo sound. “Handle with care” e “Fixed at you” ben rappresentano la capacità di inventare e di spaziare nei meandri più reconditi della creatività, “Lucille” è un autentica perla che si inchioda nel cervello e non esce più, mentre la title track è forse uno dei momenti migliori dell'intera produzione della band. Ma in realtà non esistono “riempitivi”: ogni singola canzone vive di luce propria e rappresenta un tassello fondamentale di questo splendido mosaico rock. Il disco va ascoltato dalla prima all'ultima traccia, ma soprattutto va ascoltato. Decine di volte, se si vuole coglierne l'essenza (e scoprire che, in fondo, i ragazzi si divertono un sacco a prendersi/ci un po' per le palle). Una ventata d'aria fresca per la scena musicale trentina, una realtà in bilico tra la crescente proliferazione di band e un'allarmante difficoltà nel trovare la propria identità. Non ci resta che assistere a qualche live per confermare o rinnegare quanto scritto.