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giovedì 20 ottobre 2011

LA DEMOCRAZIA DELLA VIOLENZA


Nemmeno le immagini di piazzale Loreto, con il cadavere di Mussolini preso a calci e sputi prima di essere appeso insieme a quello di Claretta Petacci e dei gerachi fascisti, avevano rivelato tanta ferocia e tanta efferatezza come quelle che documentano gli ultimi attimi di vita di Mu'ammar Gheddafi.
Lo stesso Saddam Hussein era stato sottoposto ad un regolare processo prima di subire la condanna a morte, anch'essa documentata e diffusa in tutto il pianeta quale simbolo di redenzione di un popolo che ripuliva la propria coscienza estirpando l'erba cattiva.
Bin Laden fu ucciso durante un'operazione militare, lo stesso Nicolae Ceaușescu, considerato il dittatore più crudele del secolo scorso, fu giudicato da un “tribunale volante” e condannato all'esecuzione capitale dopo 55 minuti di camera di consiglio.
Il 20 ottobre 2011 assistiamo alla morte del dittatore più longevo della storia moderna e osservando le immagini del linciaggio popolare vien da chiedersi se questi siano davvero i migliori presupposti per instaurare una democrazia.
Anche Gheddafi meritava il suo processo, questo è il mio pensiero.
L'agonia del Ra'is ferito, malmenato e infine ucciso è prima di tutto una sconfitta per il diritto internazionale.
Ma l'elemento più inquietante è la consapevolezza che coloro che hanno agito con tanta ferocia violando leggi internazionali e privando Gheddafi di qualsiasi diritto (tra cui quello di essere sottoposto a giusto processo), sono gli uomini che domani mattina dovranno guidare il paese verso la democrazia.
La violenza non può essere portatrice di libertà.
La violazione dei diritti umani non può essere anticamera della democrazia.
Sia chiaro, il mio giudizio sul dittatore libico è categoricamente negativo. Ma questo terribile epilogo rappresenta inevitabilmente un'occasione mancata per tagliare i conti con un passato fatto di ingiustizie e violenza. Si riparte proprio da lì: dalla violenza.
Il capro espiatorio purifica da ogni peccato coloro che per quasi mezzo secolo hanno sostenuto il regime. Ma ci saranno anche loro, domani mattina, a guidare il paese verso la democrazia. Nessuno ammetterà di essere stato dalla parte sbagliata. Quelli che hanno contribuito a mantenere in vita il regime per così tanto tempo saranno in prima linea, domani mattina, pronti ad infettare sul nascere il nuovo stato libero e democratico, come un veleno per il quale non esiste antidoto, finchè l'uomo sarà guidato dalla violenza.

venerdì 14 ottobre 2011

IL MELO DELLA MEMORIA


L'equilibrio tra innovazione tecnologica nel settore delle coltivazioni e ricerca di una forma di agricoltura a basso impatto ambientale rimane argomento di stretta attualità. E' indubbio che le tecnologie avanzate, l'agricoltura intensiva e i moderni sistemi di coltivazione permettano di ottimizzare tempi e rendimenti, ma ricadano inevitabilmente sulla morfologia del territorio. Concetti come “agriturismo” e “turismo rurale” sono entrati prepotentemente nel nostro vocabolario e rappresentano oggi oggetto di dibattito e una scommessa per il futuro dei centri agricoli. Ma un paesaggio che si trasforma non può non toccare anche l'animo più profondo di chi vive la propria terra, come testimonia una lettera firmata da Livio Sicher, prorietario del Pineta Hotels di Tavon insieme ai fratelli Bruno e Mario, e da tutti gli ospiti del complesso alberghiero. “Il melo della meoria”, questo il titolo del breve scritto, è una lettera aperta dedicata a quello che sta diventando un simbolo della volontà di conservare storia e tradizioni della propria terra. “La vita, si sa, corre veloce -scrive Livio Sicher- e noi con lei. Adeguandoci a nuovi usi, costumi, culture, e colture! Più redditizie, gestibili e facilmente coltivabili. Basti vedere com’è cambiato in questi anni il paesaggio della nostra valle. Dalla monocoltura della mela siamo passati alla monoqualità del melo: alberi piccoli, uguali tra loro, destinati a vita breve. Quanta nostalgia dei cari e vecchi canada, con i loro tronchi imponenti e i rami inestricabili: una sfida per ogni coidor e la sua scala. I canada hanno fatto la storia e la fortuna di questa valle e della sua gente. La renetta è stata la prima varietà di mela su cui si è investito: la più spigolosa, ma anche la più resistente. Una garanzia. Oggi i campi di canada sono sempre più rari, simbolo di un passato ormai superato. Lungo uno dei tornanti della strada che da Dermulo sale verso Coredo, è quasi commuovente incrociare quel canada solitario rivolto verso il lago di Santa Giustina, unico sopravvissuto di un campo di mele che sta cambiando la sua destinazione d’uso per seguire le novità della melicoltura. Vorrei, quindi, ringraziare pubblicamente il proprietario del melo per aver lasciato quell’albero a presidiare la memoria della nostra storia. Ogni volta che faccio quel tornante, mentre corro veloce da qualche parte, la presenza di quel canada è rassicurante. Perchè mi ricorda quanto sia importante conoscere la nostra storia e il nostro passato per comprendere il presente e pensare al futuro”.

mercoledì 5 ottobre 2011

WIKIPEDIA E IL DIRITTO DI RETTIFICA


Quante volte questa mattina ogni navigatore medio ha cercato informazioni veloci su Wikipedia imbattendosi nel comunicato firmato dagli utenti che annunciava la momentanea sospensione del servizio?
In questi anni l'enciclopedia libera più diffusa e cliccata del pianeta è entrata di prepotenza nella cultura popolare, nel modus operandi di studenti e ricercatori, nelle abitudini quotidiane di migliaia di persone.
Ha rivoluzionato il mondo dell'informazione, introducendo una sorta di canale mediatico orizzontale e democratico, ha accorciato e snellito i tempi di ricerca.
Ora gli utenti si auto-censurano in polemica aperta con il disegno di legge sulle “norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali”, e in particolare sull'ormai famoso comma 29 che recita “per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.
Gli utenti lamentano una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza. Una limitazione che snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi.
Fermo restando che, a mio modo di vedere, l'azione di questo governo limita sistematicamente la libera informazione mediante, ad esempio, il monopolio e il controllo dei principali mezzi d'informazione (soprattutto televisivi),l'allontanamento (per usare un eufemismo) di giornalisti scomodi e programmi non graditi, le leggi ad personam e le nomine quanto meno discutibili all'interno dei cda del servizio pubblico (tanto per fare qualche esempio), vorrei entrare nel merito di questo attacco rivolto non ad una nuova legge (è bene ricordarlo), ma ad una serie di modifiche che dovranno essere approvate in parlamento.
Nella fattispecie, il testo firmato dal ministro Alfano tratta le “modifiche della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine” e l'”integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”.
Fiumi di inchiostro si potrebbero versare sulle limitazioni imposte ai giornalisti che si vedono le mani legate (rischiando pure il carcere) per la trascrizione e pubblicazione delle intercettazioni.
Tutti d'accordo? Certo. Ma siete d'accordo anche con il fatto che il legislatore debba in qualche modo mettere un freno al costume riprovevole di pubblicare migliaia di intercettazioni che coinvolgono la vita privata di persone estranee a qualsiasi tipo di indagine?
Apriamo il dibattito, prima di scagliare la prima pietra.
Ma torniamo al tanto contestato comma 29.
Nella legge approvata nel 2010 si leggeva “per le trasmissioni radiofoniche o televisive,
le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.
La nuova formula proposta da Alfano introduce alcune integrazioni: “per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.
Sinceramente l'integrazione che recitaivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” non mi sembra scandalosa, e non ritengo sposti di un granchè la posizione di Wikipedia e degli altri siti informatici (compresi quotidiani e periodici).
Se l'accusa dei firmatari dello sciopero è davvero rivolta all'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine, perchè questo sciopero (mi si passi il termine) non è stato indetto nel 2009 quando la camera approvò il testo o nel 2010 quando venne modificato?
Wikipedia ha il pregio di essere libera, ma forse il difetto di non tener conto delle norme e della deontologia che ogni giornalista deve rispettare.
La rettifica è un diritto sacrosanto e un dovere per l'editore (in questo caso per gli utenti che gestiscono il sito, non esistendo una redazione).
A me sembra che queste polemiche facciano parte più di un attacco poltico che di una difesa a spada tratta della libertà d'informazione.
Wikipedia sostiene che in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l'introduzione di una "rettifica", volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.
Questo non è affatto vero! E' vero invece che esiste la facoltà, da parte dei soggetti di cui siano state diffuse immagini o ai quali siano stati attribuiti atti, pensieri, affermazioni, dichiarazioni contrari a verità da parte di una radio o una televizione di richiedere all’emittente, privata o pubblica, la diffusione di proprie dichiarazioni di replica, in condizioni paritarie rispetto all’affermazione che vi ha dato causa.
Si chiama diritto di rettifica. E da più di un anno la norma che ne regolamenta il rispetto è vigente pure nel settore dell'informazione online, anche se nessuno se n'era accorto!
Sinceramente mi fa più paura la prepotenza con cui si trascina le gente in tribunale, piuttosto che l'estensione del diritto di rettifica al mondo del web che è diventato, ormai, il più diffuso ma anche incontrollato organo di informazione del mondo.
Se vogliamo scendere in piazza per mandare a casa questo governo, sono già in prima fila.
Ma cerchiamo di portare qualche buona argomentazione pescando a caso nell'oceano di atrocità e schifezze che mister B. quotidianamente ci regala.
La demagogia, invece, lasciamola a casa.

lunedì 3 ottobre 2011

FUSIONI A FREDDO E UNIONI DI FATTO

Mentre i quotidiani locali riportano sistematicamente articoli, dichiarazioni, interviste sui movimenti dei piccoli comuni verso progetti di “unione” e “fusione”, da Trento trapelano notizie sempre più allarmanti per gli amministratori di quei centri che contano tra i 1000 e i 3000 abitanti.
Il contributo al “patto di stabilità” diventerà sempre più pesante e la scure si abbatterà anche sui municipi che, fino a oggi, erano stati “esentati” e che in Trentino rappresentano la maggior parte dei campanili.
La sensazione è che la concomitanza di questi eventi (le gestioni associate che diventano argomento di stretta attualità e la minaccia di una mano pesante che andrà a gravare sempre più sui “piccoli”) faccia parte di un preciso disegno politico tracciato da Regione e Provincia per “tagliare” la maggior parte delle municipalità e accorpare più paesi in comuni più grandi e strutturati. Idea nobile e innovativa (per certi versi progressista), soprattutto se il principale obiettivo è quello di ridurre la spesa pubblica e ottimizzare i costi della macchina amministrativa.
La domanda è se i tempi siano davvero maturi per una simile riforma istituzionale e se la decisione debba essere per forza “calata dall'alto” (non direttamente, per carità, ma basta dare un'occhiata alla scorsa finanziaria provinciale per cogliere un implicito invito ad unirsi per non tirare le cuoia).
Chiunque abbia un minimo di familiarità con un bilancio comunale sa quanto stia diventando difficile far quadrare i conti. E senza che gli amministratori si inventino particolari voci di “politica creativa”. La gestione ordinaria si divora gran parte delle risorse a disposizione degli amministratori. Stipendi, gestione degli uffici, manutenzioni, riscaldamento, elettricità e via dicendo. Queste sono le spese tutt'altro che discrezionali che gravano sulla quasi totalità della parte corrente di bilancio. A scapito di cosa? Ma delle uniche voci che possono essere tagliate, ovviamente. Attività culturali, promozione turistica, contributi per le associazioni. Si può tranquillamente fare a meno di una mostra a rtistica, ma non si può certo lasciare un edificio con i termosifoni ghiacciati. E poi, le associazioni saranno ben liete di stringere i denti, sapendo che questo sacrificio servirà per pagare gli stipendi ai dipendenti comunali.
Ma tagliare su cultura e associazionismo significa bloccare la crescita culturale di una comunità e soffocare quella risorsa inestimabile chiamata volontariato attivo, una ricchezza che ha sempre rappresentato il valore aggiunto delle piccole comunità montane.
Nei territori che vantano un prestigioso patrimonio storico, una tradizione popolare radicata sul territorio e una fitta rete di realtà associative fondate sulla partecipazione attiva dei cittadini, il settore culturale costituisce una fondamentale occasione di crescita per la comunità, uno stimolo al benessere e una prospettiva di sviluppo per il futuro.
La riscoperta della nostra storia e di una memoria collettiva condivisa si legano ad una prospettiva di valorizzazione della cultura locale e di sostegno delle nuove forme di espressività artistica. Investire sullo sviluppo culturale del territorio e dei cittadini significa fare tesoro di quel bagaglio culturale che affonda le radici nel nostro passato per affrontare le sfide e cogliere le opportunità di un futuro da affidare alle nuove generazioni.
Un progetto culturale a lungo termine dovrebbe sempre partire dall'interazione tra amministrazione e cittadini, guardando con interesse alle prospettive di collaborazioni sovracomunali e occupandosi nel contempo di questioni pragmatiche di sostegno alle realtà associative locali.
Promuovere la cultura, la conoscenza e la creatività degli individui quale risorsa fondamentale per il nostro futuro, valorizzare il patrimonio storico e sostenere il potenziale creativo della comunità dovrebbe essere condizione essenziale e imprescindibile per il nostro sviluppo, la nostra crescita culturale e il nostro futuro.
Le associazioni sono l'autentico cuore pulsante della comunità. E per evitarne l'atrofizzazione bisognerebbe poter garantire un adeguato sostegno a tutte le realtà associative, valorizzando il volontariato quale preziosa risorsa per il paese. Se la risorsa economica non permette finanziamenti a pioggia si può sempre cercare di pianificare una concertazione delle attività culturali e sociali da realizzare sul territorio coinvolgendo scuole, associazioni, gruppi, cittadini e società civile in un'ottica di collaborazione attiva. Anche senza un portafoglio strabordante si può sostenere la creazione e la produzione della cultura, sia quella tradizionale e popolare, sia le nuove forme di espressività artistica e promuovere e sostenere attività e iniziative musicali, corali, bandistiche, artistiche, teatrali, folcloristiche e culturali, anche tramite l'ampliamento o la creazione di luoghi e momenti di elaborazione artistica e di accesso alla cultura da parte di tutti i cittadini.
Altro settore fondamentale dovrebbe essere quello relativo ai giovani e alle politiche giovanili. Nel rapportarsi all'universo giovanile e alle dinamiche ad esso legate bidogna partire dalla consapevolezza che ragazze e ragazzi non sono soltanto destinatari o fruitori delle azioni degli adulti, ma soggetti portatori di diritti, fra cui quello di essere promotori attivi, partecipi e protagonisti delle iniziative loro mirate. Noi amministratori dobbiamo porci come interlocutori attenti, considerando l'essere giovani una risorsa positiva con cui rapportarsi in un'ottica di confronto, ragionando sui temi dell'interazione e integrazione di una comunità giovanile che partecipa attivamente a determinare la costruzione e la crescita della comunità. Le amministrazioni comunali della quasi totalità dei paesi trentini possono contare sullo strumento del Piano Giovani di Zona, un’importante iniziativa rivolta ai giovani promossa dai comuni in collaborazione con l’assessorato all’Istruzione ed alle Politiche Giovanili della PAT. In questi primi anni di attività sono state attivate azioni a favore del mondo giovanile, preadolescenti, adolescenti e giovani. Finchè le risorse economiche lo consentiranno, gli amministratori potranno continuare a puntare sul Piano Giovani quale strumento efficace per creare sinergie fra i giovani, le associazioni e le istituzioni, promuovere opportunità di conoscenza e di scambio, stimolare e dare corpo al bisogno di fare “comunità”, valorizzare le potenzialità dei giovani, creare una rete di risorse individuali e di associazioni impegnate a promuovere la nascita di una cittadinanza attiva, incentivare la sensibilizzazione del mondo degli adulti che si rapporta con quello dei giovani. In collaborazione con gli enti e le realtà associative locali sono state ideate e organizzate in questi anni iniziative che vedono protagonisti i giovani nel campo dell’arte, della creatività e della manualità, sostenendo attività in ambito musicale, artistico, culturale e sociale. In una logica di partecipazione attiva, i progetti che vengono realizzati vedono i ragazzi essere promotori e protagonisti nelle fasi di ideazione, gestione e realizzazione. Tra le principali problematiche persiste quella legata alla mancanza di spazi e momenti di aggregazione giovanile. Mancano luoghi e spazi di incontro dove potersi confrontare per trovare significati comuni, scambiare idee, dove giovani e adulti possano insieme creare cultura e trovare significati condivisi, in un'ottica di progettualità comune.
Come amministratori che guardano al futuro con responsabilità e speranza dobbiamo imporci di fornire risposte concrete alla necessità di spazi e momenti di aggregazione per i giovani, intesi sia come spazi fisici, sia come iniziative e progetti di socializzazione e aggregazione giovanile che hanno anche la funzione di luoghi di esercizio della democrazia, laboratori di partecipazione che permettano di conoscere e vivere l’educazione civica e civile. E' nostro compito sensibilizzare i giovani alla partecipazione alla vita sociale, all'appartenenza al proprio territorio e all'assunzione di ruoli di responsabilità. Inoltre è nostro dovere intercettare anche le “domande mute” dei giovani, quelle che evidenziano sofferenza, fragilità, noia o tentativi di rifugio in mondi virtuali. Agire sulla prevenzione significa promuovere la conoscenza ma anche creare occasioni sane di socialità e opportunità di confronto. In un mondo in continua trasformazione rimane basilare costruire delle solide alleanze con le altre agenzie educative (scuola, famiglia, ...) in modo da creare una “rete” di relazioni, condivisione di valori, obiettivi ed azioni, pensate in collaborazione, che rinforzino reciprocamente il lavoro della famiglia e quello esterno. Il riferimento va innanzitutto alla rete delle realtà amministrative e associazionistiche del territorio, stimolate a individuare un terreno comune di intesa e di impegno per e con i giovani. Vi sarà inoltre, da parte nostra, un impegno concreto per rimuovere quegli ostacoli che non permettono alle giovani generazioni di essere protagoniste della costruzione del proprio futuro, appropriandosi di quegli spazi che spesso sono invece negati o non riconosciuti.
Parlando di “fusioni” e “unioni” di comuni ci si scontra spesso con le resistenze campanilistiche di sindaci e “conservatori”, mentre basterebbe dare un'occhiata alla comunità giovanile che vive il proprio territorio per rendersi conto che la “fusione di fatto” è già avvenuta. La sovracomunalità esiste già nel mondo delle associazioni giovanili, nelle alleanze tra universi artistici e musicali emergenti, nello spirito di gruppo che ormai non conosce più limiti territoriali. Il cambimento sta avvenendo lontano da logiche di palazzo e progetti politici calati dall'alto, e corrisponde all'avanzare di una nuova generazione che non ci sta più a vivere nell'ombra...

mercoledì 28 settembre 2011

VOLERE E' POTERE



Prima convocazione del 2011 per la Commissione Bollettino Comunale, ieri sera. Presente l'intera redazione: Stefania Rizzardi, assessore allo Sport, ambiente e associazioni, i consiglieri comunali Enrica Biava, Barbara Brentari e Gianni Mascotti, ed io, naturalmente, in veste di direttore responsabile. Cinque amministratori, età media 30 anni, tutti alla prima esperienza all'interno di un consiglio comunale. Quando si parla (a ragione) di gerontocrazia nella politica e nella classe dirigente italiana, bisognerebbe cercare di trasformare la critica sterile in reazione costruttiva.
Partendo dagli esempi che vengono dal territorio, ad esempio. Coredo, nel suo timido microcosmo, può comunque vantare un interessante esperimento di cittadinanza giovanile attiva. Il consiglio comunale è composto per oltre un terzo “da under 30”, per più di un terzo da donne (e non voglio sentir parlare di quote rosa, che ritengo quanto di più umiliante nei confronti dell'emancipazione femminile), e soltanto due “over 50” occupano i seggi disponibili.
Ho portato l'esempio di Coredo non per autocelebrazione (che non avrebbe, peraltro, alcun senso) ma perchè la mia riflessione intendeva partire dall'unico esempio pragmatico di cui potessi parlare in prima persona.
Naturalmente l'esperienza coredana è soltanto una tra le decine di realtà politiche e associative esistenti a livello locale in cui i giovani ricoprono ruoli di responsabilità. Basti pensare al risultato della prima tornata elettorale delle neonate Comunità di Valle. Se è vero che la gente ha bocciato il nuovo ente disertando le urne, il dato positivo parla di una nutrita rappresentanza di giovani premiata a suon di voti (che sia un effetto dell'antipolitica?).
Si pensi poi alle ragazze e i ragazzi che, con qualità, impegno e tenacia riescono ad accedere a ruoli di responsabilità in ambito professionale, nonostante le resistenze delle caste. “Spazio ai giovani”, si è soliti strombazzare, soprattutto in campagna elettorale, quando la parola “giovani” risulta di gran lunga la più abusata, in particolar modo da chi detiene una poltrona da mezzo secolo e non intende mollare la presa. “Spazio ai giovani”, si ribadisce, quando qualcuno di loro ce la fa veramente. E allora le aspettative si moltiplicano e i colleghi più anziani, che pure avevano sostenuto il ricambio generazionale, iniziano a parlare di “inesperienza” del nuovo arrivato, stroncando ogni iniziativa del giovane eretico che osa sfidare le leggi immutabili dell'immobilismo.
Immutabile: che non è soggetto a mutamenti, che non può essere modificato.
Per potere bisogna volere, suggerisce un famoso proverbio. E quel volere può scatenare un cambiamento radicale o, quanto meno, una rivoluzione silenziosa.
Ma i giovani d'oggi possono essere il cambiamento? O meglio, vogliono esserlo?
Adesso rovesciamo la prospettiva geopolitica e prendiamo in analisi l'intera collettività giovanile occidentale, esercizio utile per comprendere la situazione nazionale e locale. Rispetto alla generazione dei grandi movimenti studenteschi e operai degli anni '60, un periodo impresso nella memoria collettiva come sinonimo di impegno civile e contestazione, attualmente sembra prevalere tra i giovani europei e americani un allarmante disinteresse. Ma le cose stanno davvero così?

lunedì 26 settembre 2011

CIAO SERGIO


Con Sergio Bonelli se ne va un pezzo di storia del fumetto italiano. Il mio non è un pensiero preconfezionato, imbottito di retorica e dettato dall'enfasi da encomio, e non si tratta nemmeno di un parere strettamente personale viziato da una radicata passione per il fumetto. Ritengo piuttosto di poter esprimere un giudizio oggettivo (e, in linea di massima, condivisibile anche da chi non ha mai aperto un albo della Sergio Bonelli Editore) rispetto a colui che ha portato fuori dai ranghi fumettistici e reso celebre alle masse un certo settore del fumetto tricolore. Basti pensare al successo di personaggi del calibro di Zagor (da lui creato nel '61) o il fantascientifico Martin Mystere, ma soprattutti a quel Dylan Dog, divenuto insieme a Tex un'autentica icona pop non soltanto tra i numerosissimi lettori ma nell'immaginario collettivo di un'intera generazione. Intuizioni che solo alle menti geniali non sfuggono. E il padre di Mister No univa un'innata genialità ad una sana passione per il proprio lavoro. "L'argomento Futuro -sosteneva infatti Bonelli in una famosa dichiarazione che oggi fa venire la pelle d'oca- è un lusso che non posso concedermi, data l'intensità con cui vivo il presente! E' ora di tornare alle tavole da revisionare, alle copertine da correggere, ai tanti nuovi progetti in cantiere che mi aspettano. L'unico accenno al futuro, può, al massimo, riguardare ciò che farò nei prossimi minuti". La sua morte ci porta via un grande uomo, ma ci lascia in eredità un grande insegnamento e un esempio da trasmettere alle nuove generazioni che andranno ad operare nel campo dell'arte e della cultura in generale.